Coming out VS Outing

Coming out vs Outing: tutta questione di filosofia

La volontà è ciò che, secondo molti antichi filosofi, caratterizza l’essere umano. “Cogito ergo sum” (Cartesio): penso quindi sono; sono capace di pensare a ciò che voglio ed è per questo che esito. Eppure, molti altri filosofi ci dicono che la volontà non governa la nostra vita, accadono moltissimi fatti che esulano da ciò che desideriamo e che non possiamo fare altro che accettare, stoicamente. È proprio dallo stoicismo che deriva la massima “Non devi cercare che le cose vadano a modo tuo, ma volere che vadano così come vanno, e ciò sarà bene” (Epitteto). Perché parliamo di filosofia? Perché la differenza tra la volontà e lo stoicismo che permette l’accettazione dell’ineluttabile è ciò che distingue il coming out dall’outing. In che senso? Il coming out è l’azione volontaria e attiva di dichiarare il proprio orientamento sessuale, è la volontà; l’outing è il subire la rivelazione del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere da altre persone in modo indipendente dalla nostra volontà. Perché accomunare l’outing allo stoicismo, all’accettazione dell’ineluttabile, alla serenità nell’accettare che qualcosa non può essere controllato?

 

Coming out e outing…quali le conseguenze?

Il coming out può avvenire a seguito di un percorso di accettazione che ha tempistiche e modalità del tutto individuali. Può essere una scelta molto combattuta che però spesso riesce a sollevare chi la compie. Può, ma le cose non vanno sempre così. Moltissime persone infatti vivono il coming out con totale naturalezza e semplicità, trattando la propria omosessualità come una propria caratteristica come qualsiasi altra: “Mamma sarò un medico…Papà voglio studiare un semestre all’estero… Famiglia, vorrei presentarvi il mio primo ragazzo!”. Il coming out, quindi, comporta un percorso che può essere più o meno sofferto, che dipende anche da come si pensa che le persone care lo accoglieranno. Per quanto riguarda l’outing, al contrario, è molto più probabile che la persona che lo subisce abbia delle conseguenze psicologiche complesse. Non è difficile immaginare il motivo, tutti noi sappiamo bene che le cose che subiamo e su cui non abbiamo potere ci fanno soffrire: ci sentiamo impotenti, sentiamo un sentimento di ingiustizia, forse proviamo rabbia. Facile dire “accetta le cose così come vengono, non cercare di controllare ciò che non puoi” ma ritrovarsi davanti al fatto compiuto è tutt’altra storia, la nostra mentalità moderna è del tutto lontana da questo tipo di pensiero filosofico. È proprio questo il motivo per cui spesso si soffre a seguito dell’outing e in generale si soffre quando le cose sfuggono al nostro controllo, quando qualcuno tradisce la nostra fiducia. Inoltre, è importante evidenziare che le persone che subiscono outing spesso non sono ancora “out” e quindi non hanno ancora fatto coming out con le persone care o in ambiente lavorativo. Ciò comporta che, spesso, non hanno ancora accettato del tutto la propria diversità in ambito sessuale: sentire svelato questo aspetto di sé ancora così doloroso può fare davvero molto male.

 

Come possono intrecciarsi coming out e outing?

Ciò che forse è più interessante della volontà di controllo è che quando questa blocca altre nostre volontà, porta a frenare le nostre azioni e i nostri desideri. Per esempio: quando la paura dell’outing, cioè che ci accada qualcosa che sfugge al nostro controllo, ci impedisce di fare coming out, di fatto la paura che ci venga a mancare il controllo ci fa perdere il controllo su noi stessi. Non è raro, infatti, che una persona sia effettivamente motivata a fare coming out, abbia il desiderio di farlo, ma la paura che da questo possa derivare l’outing la bloccaSi instaura un circolo vizioso per cui la paura dell’incontrollabile ci toglie il controllo sulle nostre libere scelte, sulle nostre decisioni, esponendoci di fatto a quello stesso incontrollabile di cui avevamo inizialmente paura. Secondo Seneca le persone: “Perdono il giorno in attesa della notte, la notte per timore del giorno”; questi principi filosofici lontani da noi millenni sono tutt’oggi molto calzanti per spiegare le dinamiche della mente umana. Non a caso, una delle terapie psicologiche più diffuse per il trattamento dell’ansia, un disturbo spesso connesso a outing e coming out, è la CBT cioè una tipologia di psicoterapia cognitivo comportamentale utilizzata nel nostro centro psicologico, che trova le sue origini proprio in queste teorizzazioni.

Cosa significa far parte
di una minoranza?

LGBT+… cosa significa?

Ormai nella società odierna è abbastanza conosciuta la sigla LBGT (abbastanza ma non del tutto, di sicuro non ancora come desidereremmo!) che sta per Lesbian, Bisexual, Gay, Transgender.  È, però, davvero molto poco conosciuta la sigla estesa: LGBTQIA+ ovvero quella a cui si aggiungono Queer, Intersexual, Asexual; il + indica tutti gli orientamenti sessuali e identità di genere fluide non contenute in queste categorizzazioni. L’acronimo tenta di dare un’idea di quella che è la comunità LGBT+, estremamente eterogenea. Il fatto che sia qualcosa di poco conosciuto può voler dire solo una cosa: non se ne parla abbastanza. In effetti, il ventunesimo secolo, è il primo momento storico in cui si inizia a parlare apertamente e con curiosità di tematiche come l’omosessualità, l’identità di genere non binaria, la transessualità, la disforia di genere, etc. Forse sorprenderà alcuni di voi sapere che solo nel 1990 (parliamo soltanto di 30 anni fa!) l’omosessualità è stata ufficialmente disconosciuta come malattia.

Perché non se ne parla ancora a sufficienza e di conseguenza non si conoscono le varie sfumature del “mondo” a colori (il mondo LGBT fa della bandiera arcobaleno il suo simbolo evidenziando appunto l’infinita gamma di aspetti che lo caratterizzano)? Probabilmente perché la maggior parte delle persone che vive oggi si è trovata, almeno per una certa parte della propria vita, in un’epoca storica in cui appunto omosessuali significava essere malati, avere un problema da dover risolvere. Le nuove generazioni non sono ancora abbastanza da permettere quel ricambio generazionale che “ripulisca il campo” totalmente dagli stereotipi e dai preconcetti errati. Fortunatamente, il cambiamento è in atto, dobbiamo solo avere un po’ di pazienza. 

Cosa possiamo fare nel frattempo? Parlarne, parlarne e parlarne ancora! Fare domande, indagare sui propri dubbi, avere un atteggiamento curioso non giudicante e privo da preconcetti che permetta di conoscere tematiche e aspetti a noi nuovi. Per fare ciò è importante partire “dalle basi”: il bisogno di conoscere e capire inizia spesso con il bisogno di “inquadrare” le persone, dare una definizione.

 

Etichette, etichette everywhere! 

Quando iniziamo a rapportarci con una nuova persona, il nostro cervello cerca automaticamente e senza che ce ne accorgiamo, di incasellarla in una o più delle categorie già presenti nel nostro cervello. Il nostro cervello discrimina? No, semplicemente fa “economia cognitiva”, ricorrendo a ciò che già conosce per capire il prima possibile di più su una persona nuova.  La tendenza a “etichettare” è un comportamento automatico, lo facciamo su qualunque cosa, è in realtà una strategia adattiva che permette di “risparmiare” tempo e risorse cognitive. In effetti, a pensarci bene, possiamo fare un esempio: per una donna omosessuale alla ricerca (consapevole o inconsapevole) di una partner è “utile” individuare donne eterosessuali il prima possibile, così da non “perdere tempo” a tentare un approccio che si rivelerebbe inconcludente. 

L’etichettamento riguardo all’orientamento sessuale però viene fatto da tutti in modo indiscriminato, a prescindere che si abbia un potenziale interesse sessuale o sentimentale nelle persone che etichettiamo. Perché lo facciamo? Molto semplice, perché siamo abituati a farlo. È un gesto tanto automatico quanto cercare l’interruttore per accendere la luce entrando in una stanza buia. La valenza è però la stessa dell’accendere la luce? Forse non proprio, forse anzi la valenza è opposta: spesso incasellare una persona in una etichetta non ci rende la situazione più chiara e “illuminata” ma paradossalmente ci oscura la vista.

 

“Voglio essere così: sicuro di me, libero, pride!”

Dicevamo che uno dei motivi per cui oggi non si conosce abbastanza la comunità LGBT+ è perché non se ne parla abbastanza. Aggiungiamo inoltre che quando lo si fa è per fatti negativi, per evidenziare episodi di discriminazione e violenze rivolte alle persone omosessuali, transgender, queer, etc. Le discriminazioni sono chiaramente un fatto tanto grave quanto purtroppo frequente, e per questo è necessario parlarne e condannare fermamente certi comportamenti. Sarebbe però altrettanto importante parlare di esempi positivi, di inclusione e non solo accettazione, ma valorizzazione della diversità. Abbiamo bisogno di esempi a cui poterci ispirare, modelli su cui poter pensare “voglio essere così così sicura/o, così libera/o, così Fiera/o!”; non a caso il Pride indica la fierezza, l’orgoglio di essere liberi di mostrarsi per quello che si è! 

Pensiamo che finché si parlerà di una comunità LGBT+, quindi di una minoranza, si starà marcando una diversità (noi-loro): l’ideale, forse utopistico, è che un giorno non dovremo più parlare di “comunità”, che questa differenza, soltanto numerica, non sia vista come diversità (in accezione negativa) ma come una semplice caratteristica individuale, una differenza come può esserlo il colore dei capelli. 

 

Sentirsi nell’abito “sbagliato”

Dicevamo come la comunità LGBT è, allo stato attuale, una minoranza. Cosa significa far parte di una minoranza? Proviamo a rifletterci partendo da un esempio molto banale: siete invitati a una festa in un luogo che credete sia un locale molto alla moda, elegante; come vi vestirete? Presumibilmente in modo “appropriato” alla situazione, in modo che possiate sentirvi a vostro agio, quindi, forse, eleganti. Arrivate alla festa e vi accorgete da subito che il locale in realtà non è quello che avevate creduto, ma è un semplicissimo ristorante, un po’ rustico e casereccio. Entrate e trovate tutti gli invitati, festeggiato compreso, in jeans, maglietta e sneakers. Come vi sentite? Fuori luogo, a disagio? Siete, numericamente parlando, una minoranza in quel contesto. Probabilmente, inizierete a sentire di avere gli occhi degli altri su di voi, che stanno pensando a quanto siete diversi e, per questo, ad escludervi dal gruppo principale.

Ecco, immaginate di sentirvi così ogni giorno in ogni contesto della vostra vita. Non dev’essere piacevole vero? Sicuramente molto può fare il contesto nel mitigare lo stato di disagio: se varie persone, durante la festa, verranno a complimentarsi con voi per il look dicendovi che anche a loro era venuto il dubbio sul dress code, complimentandosi per il coraggio che avete avuto a vestirvi come più vi piaceva, forse vi sentirete un po’ più a vostro agio. Non vediamo l’ora che arrivi il giorno in cui l’orientamento sessuale sarà considerato come un vestito, un colore di capelli, una semplice preferenza, un gusto personale, il giorno in cui la minoranza della comunità LGBT+ non sarà più tale e contrapposta alla maggioranza eterosessuale. Non vediamo l’ora che arrivi il giorno in cui, entrando alla festa ognuno sarà vestito assolutamente come gli pare e nessuno sentirà il bisogno di etichettare il look come elegante o sportivo, consono o inappropriato, giusto o sbagliato. D’altronde c’è anche un famosissimo detto popolare, forse illuminante se ci soffermiamo per comprenderlo a fondo: l’abito non fa il monaco! 

Conoscere il pregiudizio
per non temerlo

Conosciamo insieme il pregiudizio

Purtroppo, nella società moderna e nell’era del web, dare il proprio giudizio sembra indispensabile: si confonde la libertà di opinione e di parola con il dovere di dire cosa si pensa, anche quando non si hanno gli strumenti per avere un pensiero riguardo a una determinata tematica. Sembra quasi sconveniente stare in silenzio, non dire la propria opinione, o ancora peggio rispondere “io non lo so” quando qualcuno, direttamente o indirettamente, ci chiede un parere o un giudizio. Uno dei danni di questo meccanismo che prende vita principalmente sul web e sui social network, forse il più grande, è la disinformazione, perché? Perché la disinformazione e l’ignoranza di determinati argomenti sono la base del pregiudizio. Pregiudizio significa, infatti, letteralmente giudizio prematuro quindi una valutazione che si basa su argomenti pregressi e/o su una loro indiretta o generica conoscenza. Il pregiudizio è quello che si verifica ogni volta, quindi, che giudichiamo qualcosa senza conoscerla a fondo. Questo è il meccanismo secondo cui si crea il pregiudizio, è importante capire bene le dinamiche degli aspetti che affrontiamo nella vita quotidiana, capire il meccanismo alla base del pregiudizio è utile a non cadere a nostra volta in un pregiudizio. 

 

Pregiudizio sul pregiudizio 

Facciamo un esempio pratico: pensiamo, ad esempio, a tutte le persone che sostengono di essere contrarie alle adozioni di coppie omosessuali; se pensassimo che queste persone siano omofobe staremmo cadendo in un pregiudizio. Probabilmente è così, ma non possiamo avere la certezza che sia così nel 100% dei casi. Ritenere che questo pregiudizio possa provenire solamente da persone omofobe è a sua volta un pregiudizio, dato da una conoscenza parziale o inesatta che deriva dal non sapere come si crea il pregiudizio stesso. Infatti, chi pensa sia sbagliato che le persone omosessuali possano creare una famiglia con dei bambini, si rifà ad una conoscenza parziale ed inesatta dei bisogni di un bambino e della capacità necessarie ad assolvere compiti genitoriali, riconducendoli ad un modello di famiglia tradizionale e allo stereotipo di ruoli genitoriali abbinati al sesso di appartenenza. Dobbiamo capire questa dinamica, perché? Innanzitutto per poter rispondere efficacemente ad una persona che ha queste convinzioni e stimolare in essa una riflessione che non sia polemica, attacco e litigio, ma che sia effettivamente utile a far comprendere perché è assurdo essere contrari alle adozioni omosessuali e alle famiglie arcobaleno. In secondo luogo per poter affrontare serenamente il pregiudizio di cui, purtroppo, siamo quotidianamente vittime. Le famiglie arcobaleno e tutte le tematiche attinenti ai diritti LGBT+, infatti, non sono argomento di riflessione quotidiana per un grande numero di persone, in altre parole: moltissime persone ne sanno davvero poco. Eppure tantissimi esprimono i loro pensieri e giudizi (che in realtà sono pregiudizi).

 

Hardiness: vantaggi per tutti 

Oggi, purtroppo la nostra società è ancora piena di pregiudizi, che possono avere conseguenze anche molto importanti sulle persone. Allo stato attuale le persone LGBT+, così come qualunque minoranza sociale, si ritrovano a subire gli effetti dei pregiudizi ogni giorno. E’ possibile riuscire a conviverci? Innanzitutto è importante capirlo, capire perché esiste e come si genera; di ciò abbiamo appena parlato.  moltissimi passi avanti, a quel punto bisogna affrontare le emozioni connesse al pregiudizio. Ci sentiamo arrabbiati, offesi, delusi dalla società e dalle persone, probabilmente si ha paura del pregiudizio e delle emozioni connesse quindi di fatti questo può intaccare il nostro benessere. Come qualunque emozione negativa, non è possibile farla sparire o trasformarla magicamente in positiva, ma è possibile affrontarla, darle il giusto peso e usarla come spunto di crescita personale. Un buon modo per farlo, ad esempio, nel caso specifico potrebbe essere vedere il pregiudizio non come un ostacolo insormontabile, che ci intralcerà in moltissimi ambiti di vita, che ci esporrà a giudizi non richiesti che ci feriranno, ma vederlo come una sfida quotidiana. Questo, in psicologia, ha un nome ben preciso: hardiness. L’hardiness è la capacità di prendere lo stress negativo e non solo gestirlo, ma trasformarlo in opportunità di apprendimento quindi di fatto ricavarne qualcosa di positivo; è la capacità di vedere gli ostacoli non in accezione negativa ma in accezione positiva, come se fossero delle sfide da superare. In questo caso l’occasione di crescita, l’opportunità di cambiamento è duplice: per le “vittime” del pregiudizio saper gestire delle intense emozioni negative e per chi invece attua il pregiudizio nei nostri confronti è un’occasione di riflessione, di allargare i propri orizzonti riflettendo su qualcosa su cui non ci si era mai soffermati. 

Minority Stress

Cos’è il minority stress?

In psicologia, è stato individuato un termine per indicare il distress (ovvero stress negativo) a cui sono sottoposte le minoranze sociali, cioè gruppi di persone con delle caratteristiche differenti da quelle che prevalgono nella società in cui vivono. Le minoranze, quindi, sono tali per una questione prevalentemente numerica: le donne militari (italiane e nel mondo) sono una minoranza, le persone africane in Italia sono una minoranza, le ragazze madri (dai 18/20 anni in giù) sono una minoranza. Ogni minoranza ha, chiaramente, le sue caratteristiche ben precise, i suoi bisogni e necessità, i suoi punti di forza e debolezza. Tutte però sono accomunate da un fattore molto importante: lo stress che deriva dalla stessa appartenenza alla minoranza, dalle persistenti discriminazioni e differenze di opportunità che ne derivano. La comunità LGBT+ è considerata una minoranza quindi, in quanto tale, è sottoposta al minority stress. 

 

“La discriminazione mi stressa”

Non è facile, se non si appartiene a una minoranza sociale, immedesimarsi in questo tipo di stress peculiare che deriva dalla discriminazione esplicita o implicita. Le discriminazioni più palesi e plateali sono dirette, esplicite, forse anche mirate a ferire la persona discriminata: esempio recente tristemente noto all’opinione pubblica è il rifiuto di una donna meridionale ad affittare per un breve soggiorno il suo appartamento disponibile su una piattaforma rinomata ad una coppia di uomini in vacanza. La donna, infatti, non ha assolutamente dissimulato le ragioni del rifiuto: “non affitto ai gay”. 

Per quanto una persona possa essere psicologicamente equilibrata, avere un benessere solido e una soddisfazione generica di vita, essere sottoposti a tali discriminazioni è indubbiamente qualcosa che ferisce, fa arrabbiare, rende delusi, tristi, fa percepire un senso di impotenza. Tutti questi sentimenti negativi, anche se provati per una frazione di secondo, si sedimentano nella psiche delle persone contribuendo a creare questo stress. In certi casi, questi sentimenti negativi possono essere così intensi e ingestibili che la persona percepisce la necessità di parlarne con uno psicologo. Inoltre, le discriminazioni non sono sempre di questo tipo, esplicite e molto dirette, spesso sono più implicite e quindi subdole. Pensate ad una bambina che non viene invitata alla festa di compleanno del compagno di classe: il motivo è che i genitori non riescono a concepire come la bambina possa avere due mamme e nessun papà, nessuno lo dice ma tutti lo sanno. Questa forma di discriminazione è particolarmente subdola, passa attraverso una terza persona e si può sommare anche all’indifferenza della maggior parte delle persone che, di fronte a questa profonda ingiustizia, si girano dall’altra parte. 

 

Come gestire il minority stress: l’unione fa la forza

Le minoranze, come già detto, in quanto tali sono caratterizzate dal peculiare stress derivante dalle discriminazioni. Hanno però un’altra peculiarità, opposta o forse speculare: una forte coesione interna. I gruppi minoritari, che sia per istinto di sopravvivenza, che sia per spiccata empatia derivante dalle stesse esperienze negative (discriminatorie) sono molto coesi, si supportano e sostengono a vicenda. La comunità LGBT+ in particolar modo ha un fortissimo senso di solidarietà interna, elemento fortemente positivo per combattere le discriminazioni. Questa, però, non può certamente essere la soluzione definitiva. Per ridurre, o eliminare completamente, il minority stress, è importante prima di tutto una tutela dalle discriminazioni subite che parta primariamente dallo Stato, con l’approvazione di una Legge contro l’omobitransfobia. Infine, è necessaria una forte spinta educativa a livello sociale che porti a un cambiamento di percezione delle persone che facciano parte di una qualsiasi minoranza in ambito sessuale: da “minoritaria” a, semplicemente, differente e per questo unica.

I comportamenti sessuali
a rischio sono più
frequenti negli omosessuali?

I comportamenti sessuali: il piacere può essere un rischio. 

Nella vita quotidiana sono tanti i rischi a cui siamo esposti per la nostra salute, alcuni fanno più paura di altri quindi li teniamo maggiormente sotto controllo. Tra questi rischi, ad esempio, si può pensare a quello di incidente stradale, di incorrere in gravi malattie o di essere coinvolti in attacchi terroristici. Chiaramente, la probabilità di incorrere in tali eventi varia molto, eppure il rischio percepito non corrisponde proporzionalmente alla probabilità che si verifichi (ad eventi più probabili come un incidente stradale non si abbina una percezione più grave del rischio). Uno dei rischi più sottovalutati dall’opinione pubblica e di conseguenza dalle singole persone riguarda il comportamento sessuale. Pensando alla sessualità, si pensa spesso a qualcosa di piacevole e gratificante e poco vengono in mente a primo impatto i rischi connessi. Ciò a cui ci si riferisce quando si parla di comportamenti sessuali a rischio è proprio il rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili. I comportamenti sessuali a rischio sono un “tema caldo” oggi, in particolare per alcuni gruppi di persone: per gli adolescenti, alle prime prese con le tematiche del sesso e i rischi connessi e per gli uomini omosessuali. Per lunghissimo tempo, infatti, l’AIDS è stata associata quasi esclusivamente agli uomini gay e ai tossicodipendenti. In effetti il rischio di contrarre la malattia tra queste persone era nel passato molto alto (all’inizio degli anni ‘80 ci fu una vera e propria epidemia!): a causa della poca conoscenza della malattia e in particolare delle modalità di trasmissione spesso le persone non adottavano le giuste precauzioni.

 

Gli uomini gay sono più a rischio?

Nonostante le informazioni rispetto alla prevenzione siano maggiormente diffuse di un tempo, i comportamenti sessuali a rischio sono molto frequenti nella popolazione sessualmente attiva di persone omosessuali, di uomini in particolare. Come mai? Esistono diverse MST che differiscono per modalità di contagio, manifestazioni e sintomi; possono, tuttavia, essere contratte da chiunque, indipendentemente dall’identità di genere. Perché, allora, dovrebbero dipendere dall’orientamento sessuale? Il rischio di contagio è maggiore per gli uomini gay poiché, in effetti, alcuni studi hanno evidenziato che essi tendono ad avere relazioni sessuali con vari partner più frequentemente sia rispetto alle persone eterosessuali che rispetto alle donne omosessuali, per cui si espongono con maggiore probabilità al rischio di contagio. 

Per proteggersi dalle MST l’unico modo efficace è l’utilizzo di protezioni di barriera: il profilattico protegge dalla maggior parte delle infezioni ma non viene sempre utilizzato. Il motivo di ciò è relativamente comprensibile pensando a coppie stabili di uomini che, non avendo il rischio di gravidanze indesiderate e sentendosi “sicuri” del partner in salute non sentono la necessità di usare il profilattico. Pensando invece a uomini gay sessualmente attivi che non hanno una relazione stabile e che incontrano quindi diversi partner sessuali (che a loro volta possono averne avuti degli altri) le probabilità di contagio, effettivamente, sono più elevate. 

 

Conoscenza e consapevolezza: le armi migliori 

Una possibile spiegazione del fenomeno è ciò che in psicologia viene definito bias del falso consenso: si tende a sovrastimare il numero di persone che si comportano in linea al proprio comportamento per giustificare di fatto le proprie azioni e “non sentirsi in colpa”. Il meccanismo diventa quindi: “nessuno usa il preservativo, è normale ed ovvio che neanche io lo usi”. 

Un’altra possibilità che spinge a fare sesso non protetto è il gusto per il rischio, ritenuto eccitante, così come la percezione di fidarsi totalmente dell’altro. In poche parole, la pratica del barebacking, cioè praticare sesso anale senza protezione, alimenta per alcuni l’eroticismo della sessualità aumentando l’eccitazione legata all’ignoto. Il sesso non protetto in tali casi è quindi valorizzato e associato a libertà, spensieratezza e divertimento. In alcuni casi, le persone possono assumere dei farmaci prima o dopo il rapporto non protetto, come la PREP, per minimizzare il rischio di contrarre l’HIV. A complicare la situazione, c’è un ulteriore elemento: le persone sieropositive, essendo state per lunghissimo tempo stigmatizzate e discriminate, hanno spessissimo vergogna a rivelare la loro sieropositività, specie a partner sessuali occasionali che non conoscono bene e con cui non si sentono in reale intimità, quindi acconsentono a volte a rapporti non protetti pur di non “essere scoperti”. Il rischio maggiore è chiaramente quello di venire contagiati ed essere sieropositivi senza esserne a conoscenza, mettendo così a rischio la propria salute (poiché non si assumono i farmaci necessari) e l’incolumità di altre persone. Chiaramente i rischi sono sì maggiori per uomini omosessuali, ma non sono assenti per il resto delle persone: per le donne la malattia più diffusa negli ultimi 5 anni è la candida, anche loro (sia etero che omosessuali) sono esposte al rischio di HIV (che non è prerogativa degli uomini omosessuali come purtroppo ancora oggi moltissime persone pensano) così come di gonorrea, sifilide, herpes genitale etc. L’arma migliore contro i comportamenti sessuali a rischio è la conoscenza e la consapevolezza, possibile solo tramite la prevenzione e la giusta informazione, da veicolare tramite l’educazione sessuale già da giovanissimi, quando si inizia a scoprire la sessualità.

Famiglie omogenitoriali

Famiglia “tradizionale” e famiglie “moderne”? 

La famosissima serie americana “Modern Family” racconta le vicende di una famiglia che racchiude in tre nuclei familiari molte forme di quelle che oggi vengono definite, appunto, “famiglie moderne”. Jay, padre capofamiglia di mezza età si unisce nelle sue seconde nozze a una donna colombiana molto più giovane di lui, con un figlio adolescente (famiglia ricomposta e multietnica); i suoi figli avuti dal primo matrimonio (famiglia separata) hanno a loro volta le loro famiglie: Claire ha una famiglia “tradizionale”, quindi un marito e tre figli; Mitchell invece ha a sua volta una famiglia moderna, è infatti sposato con il suo compagno Cam e nel corso della serie adottano la loro bambina Lily (famiglia omogenitoriale e adottiva). La serie è notoriamente comica, è infatti una parodia di quelle che sono le così dette famiglie moderne, ma basta guardarne alcune puntate che ci si rende conto di come, le dinamiche delle famiglie moderne sono spesso sovrapponibili a quelle di una famiglia tradizionale. Inoltre, oggi, non ha più molto senso parlare di “famiglia tradizionale” e prenderla a modello, poiché questa è nettamente in minoranza numerica rispetto a tutti gli altri tipi di famiglia. Oltre le famiglie ricomposte, omogenitoriali, adottive, multietniche, non bisogna dimenticare le famiglie monogenitoriali (con un solo genitore, per scelta o per necessità, ad esempio a seguito di lutti o divorzi difficili) e le famiglie con figli nati con PMA cioè metodi di procreazione medicalmente assistita. Tutte queste famiglie sono state studiate dalla ricerca scientifica e psicologica per dimostrare che non ha senso considerare famiglie di serie A e famiglie di serie B e in particolare per evidenziare come il benessere dei figli non dipende dalla configurazione familiare ma dalla capacità del nucleo familiare di soddisfare i bisogni basilari e di assolvere efficacemente al compito genitoriale

 

Famiglie omogenitoriali: un punto di vista legale 

Per famiglie omogenitoriali, come quella di Mitch, Cam e Lily, si intende un nucleo familiare in cui i genitori siano una coppia omosessuale che si prende cura di figli sia nati da precedenti relazioni eterosessuali, sia nati da progetti di PMA o progetti adottivi a cui la coppia ricorreIn Italia, purtroppo, non esiste alcuna legge che regolamenti e tuteli la genitorialità di una coppia omosessuale. Nel nostro paese è legalmente riconosciuto come genitore solo il genitore biologico del bambino; il cosiddetto “genitore elettivo” per la legge semplicemente non esiste. Chiaramente, questa situazione porta a delle conseguenze psicologiche importantissime per le famiglie omogenitoriali presenti in Italia: la percezione di essere invisibili, discriminati e non esistere come famiglia. Inoltre, i figli di coppie omogenitoriali non vedono riconosciuti dalla legge entrambi i genitori, che ovviamente riconoscono ad un livello affettivo: questa non è una tutela legale del bambino. Infatti, un bambino che nasce e cresce in una famiglia con due genitori dello stesso sesso, ovviamente, non percepisce uno scarto, una differenza, tra il genitore biologico e il genitore elettivo, sono entrambi suoi genitori allo stesso modo. Come si può sentire un bambino che, banalmente, non può far firmare le autorizzazioni per le gite scolastiche da uno dei suoi due papà o da una delle sue due mamme (perché non è riconosciuto legalmente né come tutore né come genitore)? Inoltre, come si possono sentire i genitori? E come possono spiegare al figlio il perché della situazione e dei sentimenti che ne derivano? Il senso di frustrazione è spesso molto forte e ancor prima la paura di tutte le difficoltà e i sentimenti negativi può seriamente mettere in discussione la scelta di una coppia omosessuale di avere un figlio, scelta che per forza di cose diventa “sofferta”. Tutto ciò è profondamente ingiusto, per fortuna in Italia ci sono alcune associazioni che si battono per la tutela dei diritti di queste famiglie e di questi bambini, come ad esempio “Rete Lenford”, associazione di avvocatura per i diritti LGBT, o “Associazione famiglie arcobaleno”. Non è impossibile, infatti, far riconoscere legalmente la genitorialità anche al genitore elettivo, ma bisogna intraprendere dei procedimenti legali molto lunghi, stressanti e onerosi. 

 

Famiglie omogenitoriali: un punto di vista sociale

Come se non bastasse il peso dato dalla situazione legale che le famiglie arcobaleno devono portare, a questo si aggiunge spesso un peso sociale. Gli altri tipi di “famiglie moderne”, infatti, sono estremamente meno giudicate e discriminate dalla società rispetto alle famiglie omogenitoriali. Spesso i ricercatori hanno ipotizzato il motivo di ciò: sicuramente un grande contributo è dato dalla situazione legislativa: se qualcosa, per la legge, non esiste i cittadini inevitabilmente e inconsapevolmente si sentiranno legittimati a non rispettarla, a discriminarla quando vi si trovano di fronte. Ad esempio, lo si può notare in gesti ordinari, quotidiani, come lo stupore che i genitori dei compagni di scuola dei figli di genitori omosessuali mostrano nel sapere che quel bambino ha due papà o due mamme. Il problema è, chiaramente, culturale. Il tabù, inoltre, si autoalimenta: le coppie omosessuali quando diventano genitori sono spesso molto angosciate nel pensare alle discriminazioni in cui potrebbero incorrere i figli, quindi cercano più possibile di proteggerli. Un esempio potrebbe essere quello di ricercare degli “ambienti protetti”; come iscrivere i figli in scuole private, dove il livello socio-economico e culturale si presuppone essere più elevato. Ovviamente non è sempre così: anche nelle situazioni presunte più sicure potrebbero manifestarsi episodi di discriminazione. Proteggere i propri figli da un mondo giudicante è naturale per un genitore che non vuole che passi le stesse sofferenze che ha passato lui/lei; tuttavia, guardiamo al giorno in cui non sarà più necessario, cioè quello in cui non si verrà più discriminati per una qualsiasi diversità in ambito sessuale.