Cross dressing

Siamo certi che esistano solo due sessi?

Siete mai stati in un campo estivo? Molto spesso si svolgono delle attività ricreative per creare un senso di condivisione e comunalità tra i ragazzi e le ragazze che vi partecipano. Non è infrequente che in queste attività rientrino giochi di squadra e gare “insoliti” che divertono molto chi vi partecipa. Un esempio nella nostra esperienza, diretta e indiretta, è un gioco in cui si dividono le squadre per sesso e si imposta una “sfilata” particolare: i maschi devono sfilare vestiti da femmine mentre le femmine vestite da maschi. Chi convincerà maggiormente i giudici, cioè i responsabili del campo estivo, del proprio travestimento vincerà la gara. Indossare letteralmente i panni del sesso opposto ha un nome ben preciso: cross-dressing. Questa terminologia si basa su due presupposti indispensabili: considerare il sesso come dicotomico, maschi e femmine; considerare l’abbigliamento come distinguibile in abiti che sono prerogativa del genere maschile e altri prerogativa del genere femminile. Analizziamoli entrambi: il primo sembra assolutamente scontato alla maggior parte delle persone che ritengono ovvio che esistano due soli sessi e due soli generi di appartenenza. In tempi recenti però, grazie all’apertura mentale a ciò che appare inconsueto anche nel campo della sessualità e di tutte le sue componenti, è sempre più conosciuta e diffusa l’idea di identità di genere come un continuum, una sorta di scala che va dal polo maschile a quello femminile ma che ha in mezzo molti livelli intermedi. È infatti sempre più conosciuta la dicitura “gender fluid” per indicare quelle persone che si muovono nel continuum, assumendo un’identità prevalentemente femminile, ad esempio, in alcuni momenti della propria vita, e prevalentemente maschile in altri. Alcune persone assumono uno di quei punti intermedi del continuum in modo stabile, sentendosi nel corso della loro vita per una certa “quota” femmine e per un’altra “quota” maschi; altre ancora si collocano esattamente a metà sentendosi egualmente femmine o maschi, o nessuno dei due. Insomma le possibilità sono infinite. Ma perché stiamo parlando dell’identità di genere? Ah già, perché nella nostra cultura diamo per scontato che sia dicotomica, quando in realtà non lo è. Detto ciò chiariamo da subito un fatto cruciale: non è necessario essere in un punto intermedio di questo continuum per praticare il cross-dressing! Persone che si sentono totalmente maschi o totalmente femmine possono avere l’abitudine di indossare abiti che culturalmente appartengono al sesso opposto. 

 

Quella volta che ho indossato i tacchi di mamma

Il secondo presupposto del cross-dressing, oltre la concezione binaria di genere, è che ci sia un abbigliamento femminile e uno maschile. Questo è ovviamente un prodotto culturale. Resteremmo allibiti dal vedere arrivare in ufficio il nostro capo, uomo, con un tacco 13. Il fatto che sia un prodotto culturale è dimostrabile tramite “l’innocenza” dei bambini: spessissimo i bambini piccoli, sia maschi che femmine, ancora relativamente immuni alle convenzioni culturali, giocano con gli abiti dei genitori in modo indiscriminato: indossano la cravatta del papà insieme al bracciale di perle della mamma e i suoi tacchi. Un bambino può giocare a indossare tutti gli abiti della madre poiché ammirandola vorrebbe essere proprio come lei, non può ancora capire che sta giocando a “travestirsi”. Questo comportamento dei bambini suscita spesso l’ilarità e il divertimento dei genitori, in modo particolare quando un bambino maschio indossa i vestiti della mamma. Anche questo è uno spunto interessante di riflessione: come dicevamo saremmo increduli a veder indossare un uomo dei tacchi alti, ma non lo siamo se una donna indossa una cravatta (certo adattata a “caratteristiche femminili”) un completo, una camicia. Come mai?

 

Coco Chanel: la donna che permise alle donne di vestirsi da uomo

Il mondo della moda detta le leggi di ciò che è accettabile nel campo dell’abbigliamento e di ciò che non lo è. Oggi non ci stupiamo quando le donne indossano abiti che sono sempre stati considerati prevalentemente maschili, un esempio tipico è il completo. Per la prima volta all’inizio del ‘900 una donna che ha fatto la storia del mondo della moda ha riscritto le regole dell’abbigliamento diviso per genere: Coco Chanel ha creato il primo modello di pantaloni da donna nei ruggenti anni ’20 e poco dopo il primo tailleur da donna, negli anni ’30. Da allora l’abbigliamento “maschile” è stato sdoganato per le donne che oggi lo utilizzano frequentemente. Questa è sicuramente una conquista delle lotte femministe per la parità di genere: finalmente le donne si sentono libere di indossare indumenti più comodi, pratici, sentendosi al pari degli uomini ad esempio nel posto di lavoro. Che le donne utilizzino abiti maschili è assolutamente comune, “normale”, accettato: è anche per questo motivo che il cross-dressing suscita molto più scalpore quando sono gli uomini a praticarlo. È evidente che il motivo sia culturale per i motivi appena descritti, aggiungiamo inoltre un elemento un po’ provocatorio: la società accetta molto più facilmente che una donna aspiri a somigliare a un uomo, ad ottenere cose che lui ha sempre avuto, piuttosto che il contrario. Va bene che una donna voglia essere come un uomo, ma il contrario assolutamente no! Forse ciò potrebbe rientrare in una mentalità sessista e patriarcale che è davvero dura a morire in tutti noi.  

 

Che confusione!

Torniamo al cross-dressing: la pratica di indossare, abitualmente o occasionalmente, abiti culturalmente attribuiti al genere opposto a quello di appartenenza. È abbastanza probabile che ciascuno di noi abbia praticato cross-dressing almeno una volta nella sua vita, da piccolo in modo inconsapevole, a un campo estivo, durante le recite scolastiche. Per la categoria degli attori è ovviamente spesso inevitabile dover praticare cross-dressing, quando si deve interpretare un ruolo del sesso opposto. A proposito di intrattenimento, si ha una forma particolare di spettacolo, quella delle drag-queen e dei drag-king: persone che si travestono in modo molto vistoso ed eccessivo con abiti del sesso opposto per esibirsi in numeri musicali di canto e/o danza. È purtroppo molta diffusa una credenza erronea per cui le drag queen (parliamo principalmente di loro per questioni di diffusione) sono transessuali, ovvero vorrebbero appartenere al sesso opposto perché si travestono da donne. Questo potrebbe essere vero ma non è assolutamente inevitabile: non tutte le drag queen sono transessuali. Si ha spesso davvero molta confusione riguardo ai termini transessualismo, drag queen, cross-dressing e travestitismo. Si ha una sorta di tendenza indiscriminante a considerarli tutti come sovrapponibili a cui, purtroppo, si abbina una tendenza discriminatoria e patologizzante: per la maggior parte delle persone, uomini che praticano cross dressing quindi si vestono con abiti femminili, le drag queen che si esibiscono in abiti femminili pur essendo uomini, le persone transessuali che pur essendo uomini si percepiscono donne nella loro identità di genere e infine i così detti “travestiti” (che in realtà sono persone con un disturbo parafilico da travestitismo) sono tutti un’unica cosa; in più si ha la credenza (assolutamente erronea) che siano inevitabilmente omosessuali.

 

Occhio a non patologizzare

Si ha la tendenza a sovrapporre il crossdressing al travestitismo, alla transessualità e all’omosessualità. Andiamo per ordine. Innanzitutto escludiamo l’omosessualità che riguarda l’orientamento sessuale, da chi si è attratti sessualmente; questo non ha a che fare con l’identità di genere che percepiamo di avere. L’identità di genere è coinvolta nella transessualità che si sperimenta nel momento in cui il sesso biologico con cui si nasce non corrisponde all’identità di genere, chi ci sentiamo di essere. Restano cross-dressing e travestitismo. In effetti non è immediata da individuare la differenza: abbiamo fin ora detto che le persone che praticano cross-dressing sono persone che indossano abiti del sesso opposto quindi in effetti si travestono. Per travestitismo allora cosa si intende? In realtà è lo stesso comportamento ma in un’ottica patologica: sono persone che non riescono a fare a meno di trasvestirsi. In più la differenza cruciale riguarda il piano sessuale: le persone che praticano cross-dressing non lo praticano perché ciò gli provoca un’eccitazione sessuale, le persone con un disturbo da travestitismo invece si. Il disturbo infatti rientra i disturbi parafilici: disturbi per cui una persona riesce a ottenere eccitazione e godimento sessuale in modo vincolato a un oggetto, una parte del corpo o un’attività specifica (tra cui il travestirsi). Questa “selettività” nella possibilità di eccitarsi determina un disagio per la persona che ne soffre (qui la differenza tra disturbo parafilico e parafilia, spesso confusi: la parafilia non è patologica in quanto non comporta per la persona che la sperimenta un disagio e una sofferenza). L’ulteriore conferma del fatto che disturbo da travestitismo e cross dressing siano comportamenti molto diversi, il primo patologico, il secondo no, deriva da studi scientifici (Långström, Zucker, 2005): in un campione svedese esaminato nel 2005 il cross-dressing, praticato secondo gli autori principalmente dagli uomini, era correlato a una buona soddisfazione di vita (potremmo ipotizzare che il motivo sia che si sentono più liberi di essere come vogliono); molti cross-dresser inoltre riportavano posizioni socio-economiche abbastanza elevate; l’87% riferiva un orientamento eterosessuale difatti moltissimi erano sposati con figli. Tra queste persone svedesi che praticavano cross-dressing pochissime riportavano eccitazione sessuale nel farlo e gli autori classificano questa categoria di individui come persone con un disturbo parafilico.

Insomma, la letteratura, l’esperienza personale, la storia se vogliamo, ci dice che indossare i panni del sesso opposto non è assolutamente un comportamento patologico; se questo è assolutamente condiviso riguardo alle donne, non lo è oggi a proposito degli uomini. Avremmo bisogno di una nuova Coco Chanel che “permetta” agli uomini di vestirsi da donne. 

Come in moltissimi ambiti che coinvolgono i ruoli di genere, è la cultura a dover cambiare, ci vuole pazienza ma anche tenacia, del resto ce lo insegna anche la Disney: se Mulan non si fosse vestita da uomo, probabilmente gli Unni avrebbero invaso la Cina!